VENERDì 13 aprile
ore 20.30 
(Sala Lampertico)

dancer LOCANDINA

Regia
Steven Cantor
Genere
BIOGRAFICO, DOCUMENTARIO
Durata
85'
Anno
2016
Produzione
GABRIELLE TANA PER BABY COW PRODUCTIONS LTD, MAGNOLIA MAE FILMS
Cast

Sergei Polunin(Se stesso)

Trama

Attraverso interviste e filmati d'archivio viene raccontata la straordinaria storia del prodigio della danza divenuto a soli 19 anni il più giovane primo ballerino del Royal Ballet di Londra e considerato uno dei più geniali e controversi danzatori contemporanei: Sergei Polunin. Il documentario traccia il percorso intimo e artistico dell'artista, dalle prime piroette già all'età di otto anni al suo ingresso nella Royal Ballett Academy di Londra. E poi gli scandali, i tatuaggi, le droghe, gli abusi e, all'apice del successo, l'abbandono della prestigiosa accademia inglese per tornare trionfante sulle note trascinanti del video di LaChapelle.

Critica

Se provate a digitare il nome di Sergei Polunin su Google, scoprirete un ventaglio di titoli rocamboleschi: "Il bad boy della danza lascia il Royal Ballet", "L'enfant terrible del balletto classico confessa i suoi problemi con la droga". Dotato di un carisma e una prestanza che tolgono il fiato, Sergei Polunin ha preso d'assalto il mondo della danza ed è diventato il più giovane primo ballerino nella storia della celebre istituzione inglese. Poi a ventidue anni e all'apice della sua gloria, se n'è andato sbattendo (forte) la porta.
Stella che brilla di mille fuochi, il ballerino ucraino ha infilato il declino a suon di scacchi personali e professionali, di storie e capricci, di tatuaggi troppo visibili in scena e calzamaglie troppo strette per la sua immaginazione.
Questa è l'immagine fabbricata dalla stampa nei mesi che hanno condotto nel gennaio del 2012 alla sua diserzione-choc dal Royal Ballet di Londra.
Dancer, il documentario di Steven Cantor, corregge il ritratto, disegnandone uno complesso e profondo, distante dall'artista scomodo e imprevedibile che se ne fotte di tutti dei tabloid inglesi. La sua voce è delicata, le sue parole pesate, la sua emozione reale, quanto la vita che lo ha spinto sull'orlo dell'autodistruzione, volgendo il talento in fardello, il corpo in prigione. Come insegna Scarpette rosse, il melodramma visionario di Powell e Pressburger, di danza qualche volta si 'muore'.
Nato nelle brume della città di Cherson nel sud dell'Ucraina, Sergei supera povertà, solitudine, prove e audizioni per diventare a soli diciannove anni la stella più luminosa del Royal Ballet. Comparato a Rudolf Nureyev, i suoi spettacoli registrano il tutto esaurito, le sue performance il plauso del pubblico e della critica. Tutto lascia pensare a una vera favola ma la favola è drammatica. Perché la virtuosità chiede sempre il conto. Figlio amato di una famiglia modesta ma ostinata a emanciparlo dal crepuscolo permanente di Cherson, Sergei cresce lontano dai suoi cari che abbandonano il proprio Paese in cerca di un lavoro che possa alimentare il sogno del loro ragazzo. La diaspora che conduce altrove padre, madre e nonna, scarica sulle spalle dell'adolescente una responsabilità mai smaltita.
Più forte di quella zavorra emotiva, che spinge sul fondo saltando più in alto, Sergei diventa il primo della classe, il più bravo di tutti, il prodigio, il fenomeno raro, l'artista promesso ai ruoli più prestigiosi del repertorio. Ma i contatti coi genitori sono rari, i ricordi insopportabili, i progressi troppo rapidi, il carattere instabile, il bisogno di solitudine insopprimibile come quello di feste e di trip. Il seguito di questa storia diventa l'oggetto del documentario di Steven Cantor, che segue Sergei in Russia, nel suo riorientamento in California e nel suo ultimo fatto d'arme alle Hawaii, la clip "Take Me to Church" diretta da David LaChapelle, che ha avuto più di sedici milioni di visualizzazioni su YouTube.
Dancer, in equilibrio sapiente tra romanticismo e maledettismo, raggiunge il punto di rottura di un'ascesa vertiginosa e poi segue l'inizio di una discesa volontaria. Una decelerazione dolorosa che si interroga e interroga. Come trovare la libertà di essere se stessi quando si è la "proprietà più esclusiva" del mondo del balletto?
Lezione la mattina, allenamento il pomeriggio, rappresentazione la sera, Sergei si sente prigioniero di un ritmo che non gli appartiene più. Disciplina, regole, costanza, lo annoiano. Lui non ama che la scena e alla scena vuole tornare ma a modo suo, con le sue regole, coi suoi tempi, col suo tempo, quello che non ha mai avuto per amare, cazzeggiare, essere. Prima di nascere di nuovo però deve distruggersi. In fondo agli eccessi, alle notti bianche, ai ritardi, alla coca, ai patti coi fantasmi e con i demoni, ritrova l'equilibrio, il gusto della danza, la fame di danzare. Il richiamo di Tersicore morde ancora, è irresistibile, Sergei ritorna sul palcoscenico. Per lui e magari anche un po' per noi. Per quel pubblico che lo guarda sbalordito gridare la morte del balletto e il lato scuro della danza, insinuando una domanda. Quando abbiamo un dono è un obbligo assoluto sfruttarlo? Spremerlo fino a esaurirlo? L'enfant prodige è crollato sotto quel dono, sotto il peso accumulato dall'infanzia. Rapimento visionario, Sergei Polunin balla come un dio ma Dancer ci ricorda il prezzo.
Marzia Gandolfi, Mymovies.it, 8 ottobre 2017

Nascere con un dono particolare, riuscire a far meglio di tutti in una certa disciplina a volte può diventare una condanna. Perché sono doti che non si sviluppano da sole ma vanno coltivate con sacrificio e disciplina fin dalla più giovane età e costringono a fare rinunce di cui non sempre si riconosce la necessità o il bisogno. In questo senso la storia di quel carismatico e meraviglioso ballerino che è Sergei Polunin, della sua ribellione e redenzione, è la parabola esemplare di una maturazione ottenuta attraverso l'arte, con le battute d'arresto e le tentazioni di arrendersi ai propri demoni interiori, quando si comprende che esiste un modo personale per realizzare quel dono di natura.
Quando ammiriamo qualcuno che danza ad altissimi livelli, o esegue con apparente facilità esercizi ginnici al limite delle possibilità del corpo umano, tendiamo a dimenticare il sangue, il sudore, la sofferenza e le rinunce necessarie per arrivare a quei livelli, finiamo per concentrarci sul personaggio, a cui attribuiamo caratteristiche sovrumane. Il balletto classico, con le sue regole codificate da secoli, con la leggerezza, la grazia e la potenza che richiede a chi lo pratica, è in realtà una delle arti più dolorose e - come dicono in Dancer gli stessi colleghi di Polunin - noiose. Perché giorno dopo giorno ci vogliono applicazione, esercizio, ripetizione degli stessi identici movimenti. Da bambino, la futura star del balletto non sembra soffrire per questo: con l'allegria di un bambino molto dotato, lo vediamo esibirsi a scuola e in casa, arrampicarsi sulle pareti come un piccolo Uomo Ragno, sorridente e felice di far piacere ai suoi genitori.
Questa innocenza si perde quando la passione diventa un lavoro. In genere, i ragazzi e le ragazze che frequentano le scuole di danza provengono da famiglie benestanti, ma non è questo il caso del giovane Sergei, che vive in una zona povera dell'Ucraina. I suoi giovanissimi genitori si separano per consentirgli di studiare e sviluppare le sue doti coi migliori maestri: la madre lo segue e lo controlla, mentre per aiutarlo il padre va a fare il muratore in Portogallo e la nonna fa la badante in Polonia. Dopo gli studi a Kiev, arriva l'ammissione alla prestigiosa Royal Ballet School di Londra con una borsa di studio, dove la madre, senza permesso di soggiorno, lo lascia solo appena adolescente. Sergei si sente così carico di responsabilità e al tempo stesso super motivato: deve riuscire, fare sempre un po' di più, essere sempre un passo avanti agli altri, lavorare il doppio e il triplo, per ricomporre la diaspora di una famiglia che invece diventa definitiva.
La noia, la rabbia, la solitudine e l'insofferenza alle regole lo portano a tatuare il corpo che nel balletto spesso è seminudo, a saltare gli impegni, a sballarsi con party e cocaina, mentre i giornali gli affibbiano l'etichetta di enfant maudit, di angelo caduto che rischia di buttare il suo enorme talento assieme alla sua vita. Poi, la ricerca di un mentore/padre, che trova in Russia, dopo aver ricominciato da capo in televisione, un'umiliazione per lui che a 19 anni è stato il più giovane primo ballerino di sempre. Infine, la decisione di lasciare la danza con un'ultima, inedita coreografia dell'amico e compagno di studi Jade-Hale Christofi. Diretto da David LaChapelle in un video che su youtube supererà i 23 milioni di visualizzazioni, balla come non ha mai fatto, sulle note della struggente Take Me to Church di Hozier, che diventa un catartico inno di purificazione, al termine del quale ritrova se stesso e la passione per l'arte.
Proprio quando esce nelle sale italiane il film di Steve Cantor del 2016 che ne racconta la storia, Sergei Polunin si esibisce col suo Satori Project a Parma e Modena e ha iniziato una carriera da attore che conta di proseguire. E' un giovane uomo che ha trovato l'amore, ritrovato la famiglia e che ha capito che quella che pensava fosse la sua condanna è la sua forma privilegiata di espressione e di conoscenza del mondo. Anche chi non ama o non conosce il balletto si commuoverà e resterà a bocca aperta di fronte al carisma, al magnetismo e alla grazia di questo straordinario danzatore, che sembra non conoscere la forza di gravità.
Tra le scene più belle di un film molto classico, a struttura circolare, quasi timoroso di sovrapporsi al suo soggetto e dunque meno memorabile di quanto avrebbe potuto essere, ci colpiscono quelle in cui lo vediamo in scena e subito dopo dietro le quinte del balletto Spartacus, dove gli leggiamo in faccia tutta la sofferenza, la fatica e l'insofferenza per un corpo macchina troppo perfetto, che è nato per fare quello. Forse per punirlo di questo lo ha scritto, decorato, scarnificato perfino, a fare da eco alle ferite che la danza gli ha inciso nei piedi, E' il momento in cui nei suoi grandi occhi si concentrano la rabbia, la stanchezza e la voglia di mandare tutti a quel paese, si percepisce il desiderio di sottrarsi all'ammirazione e all'adorazione di un pubblico, che non sa quanto tutto questo gli costa. E si resta letteralmente ipnotizzati per tutti i 4 minuti di durata del video che rappresenta la sua rinascita. Alla fine, col taglio dei bei capelli, rasato quasi a zero, Sergei Polunin ritorna il bambino innocente che era, ed è soltanto allora che può far assistere i genitori alla sua danza.
Forse il regista insiste un po' troppo sull'influenza del video tra i piccoli fan, abbassando il tono della storia, ma Dancer è in ogni caso un film da non perdere e un bel messaggio per tutti i ragazzi che pensano che il successo sia frutto della partecipazione al giusto talent show. Solo quando arrivi quasi al punto da uccidere quello che più ami, ne comprendi la necessità. Ma anche così, di Sergei Polunin, in ogni campo, ne nasce forse uno su un milione.
Daniela Catelli, Comingsoon.it, 4 febbraio 2018

Trailer


Altre informazioni

Fotografia: Mark Wolf, Tom Hurwitz, Vladimir Krug, David LaChapelle - (immagini aggiuntive)
Musiche: Ilan Eshkeri
Montaggio: Federico Rosenzvit

Nazione
GRAN BRETAGNA, RUSSIA, UCRAINA, USA

 

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.movieplayer.it

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