SABATO 20 e DOMENICA 21
ore 16.15 (in LINGUA ORIGINALE con SOTTOTITOLI - Biglietto ridotto fino a 26 anni)
ore 18.15 - 20.30
(Tutti gli spettacoli in Sala Lampertico)

locandina STALIN

Regia
Armando Iannucci
Genere
COMMEDIA, NOIR
Durata
107'
Anno
2017
Produzione
QUAD PRODUCTIONS, MAIN JOURNEY, FREE RANGE FILMS, GAUMONT
Cast

Steve Buscemi (Nikita Khrushchev), Simon Russell Beale (Lavrentiy Beria), Capo dei Servizi Segreti, Paddy Considine (Compagno Andryev), Rupert Friend (Vasily Stalin,) Jason Isaacs (Generale Georgy Zhukov), Michael Palin (Vyacheslav Molotov), Andrea Riseborough (Svetlana Stalin), Jeffrey Tambor (Georgy Malenkov), Richard Brake (Tarasov), Olga Kurylenko (Maria Yudina), Jonathan Aris (Mezhnikov), Paul Whitehouse (Anastas Mikoyan), Cara Horgan (Lidiya Timashuk), Dermot Crowley (Kaganovich), Justin Edwards (Spartak Sokolov), Gerald Lepkowski (Leonid Brezhnev), Adam Shaw (Ilyin), Adrian McLoughlin (Joseph Stalin), David Crow (Khrustalyov), June Watson

Trama

Nella notte del 2 marzo 1953, c'è un uomo che sta morendo. Non si tratta di un uomo qualunque: è un tiranno, un sadico, un dittatore. È Joseph Stalin, il Segretario Generale dell'Unione Sovietica (che forse in questo momento si sta pentendo di aver fatto rinchiudere nei Gulag tutti i medici più capaci...). È lì lì, non ne avrà ancora per molto, sta per tirare le cuoia... e se ti giochi bene le tue carte, il suo successore potresti essere tu!

Critica

La morte, annunciata tre giorni dopo, sgomenta il Paese che si riversa in piazza 'agevolando' tradimenti, abili manovre e un colpo di stato, concluso con la morte di Beria e aperto all'avvento di Krusciov (e alla cospirazione di Brežnev).
Alla teoria (romanzesca) dell'avvelenamento o all'ipotesi ricorrente e inaccertabile dell'assassinio di Stalin per mano di Beria, Fabien Nury preferisce quella di una logica paranoia. Indecisi tra la paura (di essere purgati) e la speranza (di succedergli), i suoi compagni lo lasciarono crepare. Centrato sull'agonia del tiranno e basato sulla graphic novel di Fabien Nury (sceneggiatura) e Thierry Robin (disegno), Morto Stalin, se ne fa un altro evoca in filigrana la destalinizzazione e si consacra alla feroce guerra di successione aperta con la dipartita di Joseph Stalin. Scritto e diretto da Armando Iannucci, rodato specialista della satira politica (The Thick of It, Veep, In The Loop), Morto Stalin, se ne fa un altro è fedele al precetto hitchcockiano che associa la riuscita di un film alla qualità del cattivo.
E in questa farsa crepuscolare, vero-falso racconto storico, di cattivi ce ne sono tanti e tutti di grande fattura. Niente eroi, soltanto una gerarchia violenta e dannata, guidata da una sete di potere annegata nella vodka. In quell'areopago di farabutti che è il Politburo, Beria è il peggiore di tutti. Interpretato con disinvolta dissolutezza da Simon Russell Beale, alterna alla contrizione ufficiale la soddisfazione intima. Bramoso di potere, ruba i dossier segreti di Stalin per ricattare i suoi compagni-avversari. Il sorriso sardonico, dietro le lenti opache, fa il paio col sadismo ostentato (Beria fu predatore sessuale seriale), producendo un personaggio decisamente mostruoso.
Al suo fianco, gli altri dignitari appaiono frignoni smidollati col busto correttivo (Malenkov), carrieristi modesti (Krusciov), pusillanimi rassegnati (Molotov). Ma le cose non stavano proprio così, i principi rossi, nessuno escluso, avevano sacrificato compagni e prossimi alla causa rivoluzionaria. Krusciov massacrò compiaciuto l'Ucraina, Malenkov fu complice delle grandi purghe per epurare il partito comunista da presunti cospiratori, Molotov firmò il patto germano-sovietico con il barone von Ribbentrop. Quello che si giocò allora dopo il 5 marzo del 1953 è una lotta senza esclusione di colpi (bassi) per il potere vibrati da assassini senza scrupoli in assenza di qualsivoglia ideologia. Da Steve Buscemi a Michael Palin, passando per Jeffrey Tambor e il vanitoso generalissimo di Jason Isaacs, tutto funziona, rilasciando una buona dose di humour nero. Nondimeno i fatti, comici o surreali, per la più parte veri, donano alla storia la verosimiglianza e al film una certa gravità.
Il terrore che si legge sul volto dei colpevoli (o no), la scena del concerto al debutto ne è il perfetto esempio, traduce la misura del rischio in cui si incorreva: la tortura, la morte, la deportazione. Navigando tra scelte finzionali ed eventi reali, Iannucci disputa il grottesco al tragico e l'assurdo diventa implacabile. Come quei milioni di devoti mobilitati per assistere alle esequie di Stalin, poi interrotti nel loro pellegrinaggio e poi rimessi in marcia per 'partecipare' dello spettacolo osceno, stupido e sciagurato di staliniani forsennati uccisi per strada da altri staliniani forsennati. Commedia nera che lavora nella zona grigia, i giorni che separano l'attacco cerebrale di Stalin dall'annuncio ufficiale della sua morte, Morto Stalin, se ne fa un altro rende tangibile l'irragionevolezza del regime, incarnando i personaggi oggi aggiustati con discernimento dentro i libri di storia. Ma Iannucci mette in schermo fantocci e bastardi che imponevano sofferenza a tutti senza eccezione. Tra plausibile realismo e giubilante dileggio, dipinge un tableau in cui regna il terrore, la paranoia, il ricatto, la delazione, la strategia, l'inganno, la perversità di un'élite bolscevica fanatica e caricaturale. A guardarli da più vicino questi comunisti che pretendevano di lavorare per la felicità dell'umanità erano incredibilmente infelici. Ipocondriaci miserabili e imprevidenti che deportarono nei gulag (anche) i medici che avrebbero potuto salvarli.
Marzia Gandolfi, Mymovies.it, 27 novembre 2017

La sete di potere offusca la mente, diventa un’ossessione e rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Le cospirazioni sono animali selvaggi difficili da domare, che spesso si rivoltano contro il proprio padrone, lasciandolo morente sulla strada del cambiamento. Il regista e sceneggiatore Armando Iannucci racconta la fine di un’epoca in Morto Stalin, se ne fa un altro, una commedia nera, pungente, dove le parole sono colpi di pistola. Un termine sbagliato può decretare la vita o la morte di migliaia di persone innocenti, mentre a palazzo le più alte cariche del regime cercano di spartirsi la Grande Madre Russia.
Siamo nel 1953, il periodo delle purghe, delle torture della polizia segreta e dei rastrellamenti di massa. Joseph Stalin crolla sul pavimento per un’emorragia cerebrale, ma la sua morte verrà annunciata alcuni giorni dopo. Il Paese si stringe attorno al feretro del suo leader, mentre nell’ombra si scatena una lotta in stile House of Cards, con falce e martello.
I fedelissimi di Stalin chiocciano come galline impaurite attorno al loro gallo senza vita, e si preparano a prendere il suo posto. Il successore legittimo è Georgy Malenkov, un burattino nelle mani di un partito di squali, che aspettano il momento giusto per sbranarsi a vicenda. Il depravato Lavrentiy Beria, capo della polizia segreta, cerca di eliminare il suo diretto avversario Nikita Khrushchev, per poi circuire Malenkov e governare la nazione. Ma nessuno ha fatto i conti con il generale Georgy Zhukov, un uomo senza scrupoli, pluridecorato sul campo, che può scatenare un golpe tra un banchetto e una messa. Si aprono le danze, che vinca il più dannato.
Morto Stalin, se ne fa un altro è una satira feroce sulla follia che regola un regime totalitario. I politici se ne infischiano del popolo e pensano solo al proprio tornaconto, con la tracotanza di ritenersi al di sopra della legge. I peggiori crimini rimangono impuniti e a pagare è la gente comune, che non ha i mezzi per difendersi. Passano i decenni, ma certe dinamiche non cambiano. I leader degli Stati continuano a dare scandalo, però non abbandonano il comando, e restano al vertice nonostante i processi in corso.
Il film di Iannucci, tratto dalla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin, è un affresco incisivo, che fa riflettere anche sul marcio delle democrazie occidentali. Il regista scozzese segue la scia del suo In The Loop, una sferzata sarcastica sulla guerra in Iraq, e dopo aver attaccato il capitalismo vola dall’altra parte del mondo per affrontare il comunismo. La sua arma è una sceneggiatura quasi teatrale, ambientata nei saloni sfarzosi e negli angoli più bui, dove nessuno può sentire i sussurri dei congiurati. Vedremo se, come preannunciato, Morto Stalin, se ne fa un altro sarà censurato in Russia, in un clima da nuova Guerra Fredda in cui anche un film può rappresentare un attacco alla Storia.
Gian Luca Pisacane, Cinematografo.it, 2 gennaio 2018

Non è mai semplice gestire la morte di un capo di Stato, e il compito può risultare ancor più difficile se tale personaggio era un potente, autoritario tiranno. Alla fine però tutto va pian piano sistemandosi, con ogni piccolo pezzettino che ordinatamente va a riportare ordine all’interno del puzzle. In fondo si sa, Morto Stalin, se ne fa un altro. Ma nessuno sarebbe riuscito a racchiudere insieme drammaticità storica e sboccata irriverenza come ha dimostrato egregiamente di saper fare il regista e sceneggiatore Armando Iannucci. Alle prese con una satira feroce, stilisticamente curata, il comico cineasta scozzese coordina un manipolo di serpi in seno nate nel passato e rimaneggiate dall’intelligente ingegno dei realizzatori del soggetto – e della sua trasposizione in romanzo grafico – Fabien Nury e Thierry Robin, andando a girare una tagliente pellicola che sorprende per il suo parallelo binomio di arguzia e sconvolgente – poiché avvenuta – realtà storica.
È il giorno 2 marzo dell’anno 1953, il leader Joseph Stalin lascia questo mondo e la sua nazione a causa di un improvviso e incurabile male. Pronti a onorarlo, compiangerlo, criticarlo e sostituirlo, i membri del Comitato ufficiale si avvicendano per fare in modo che l’Unione Sovietica non cada nello sconforto e nella disorganizzazione più totale, ma ancor di più tentano in qualunque maniera, con qualsiasi stratagemma, di far ricadere il vacante potere nelle proprie avide, affilate mani. Un gioco al massacro interno che vedrà soltanto uno diventare il prossimo capo del partito. Una morte, quella di Stalin, che metterà in moto i successivi danni nell’Unione Sovietica.
Sciacalli attirati dal profumo di potere che, con tragicomiche trovate, tentano di avvelenarsi a vicenda per raccogliere la loro opportunità di supremazia nell’irriverente, ridicolo, a tratti esilarante film Morto Stalin, se ne fa un altro, una rivisitazione paradossale sugli eventi presentati nel corso della storia contemporanea, resi brillanti dall’irrispettosamente travolgente humor che propone con irrisorio atteggiamento la successione della linea ideologica dopo la dipartita di Stalin.
Immersi in un momento quanto mai volatile per la fiducia e per le promesse di alleanza che puntualmente sembrano venir tradite o rettificate, i personaggi della divertente opera, ognuno introdotto dopo una solenne e appropriata presentazione, vengono perfettamente interpretati da un coeso cast di attori il quale senza alcun timore stabilisce il tono sguaiato di una pellicola che non lascia intrappolata l’occasione per piazzare una battuta, meglio ancora se nel contesto risulti alquanto inappropriata. Perché l’arguzia del film di Armando Iannucci risiede nel coraggio di trattare strazianti avvenimenti da tempo confermati avvalendosi di una cattiveria sottile, abile nel pungere come saprebbe fare una freccia appuntita e instaurando una farsa che trae il proprio giovamento dal suo assoluto menefreghismo nei riguardi del buon gusto.
L’irragionevolezza degli operati più crudeli perpetrati da Stalin vengono riportati con riflettuta comicità in Morto Stalin, se ne fa un altro, attraverso anche spiritose gag ben coreografate che rendono nel suo complesso il film di Iannucci un prodotto assai preciso nella visualizzazione della messinscena. Un lavoro veramente incentrato sulla cura per il dettaglio, a cui viene attribuita un’importanza predominante. Con la consueta fotografia utilizzata per illuminare con uno stampo classico per i momenti storici attorno all’Unione Sovietica e gestita per l’occasione da Zac Nicholson, la pellicola pone a terra le maschere dei suoi rappresentanti per permettere al film di manifestarne le cospirazioni e l’insoddisfazione di una linea di partito che muore assieme al suo massimo esponente, ma ancor di più per nutrirsi della beffarda ironia che fatalmente li lega gli uni agli altri.
Morto Stalin, se ne fa un altro è l’indiscrezione usata dalla narrazione per strappare, non facilmente come sembra, la risata; la sboccataggine di un linguaggio comico irresistibile nella sua totale mancanza di sensibilità. Un sadismo dunque che si rivela intrinseco nella sete di potere e nella riuscita di ottimi, licenziosi film.
Martina Barone, Cinematographe.it, 26 novembre 2017

Trailer


Altre informazioni

Sceneggiatura: Armando Iannucci, David Schneider, Ian Martin (II)
Fotografia: Zac Nicholson
Musiche: Christopher Willis
Montaggio: Peter Lambert
Scenografia: Cristina Casali
Arredamento: Charlotte Watts
Costumi: Suzie Harman
Tratto da: liberamente ispirato al graphic novel "La morte di Stalin" di Fabien Nury e Thierry Robins (ed. Mondadori)



Nazione
FRANCIA, GRAN BRETAGNA - 2017
Distribuzione
I WONDER PICTURES (2018)
Titolo originale
The Death of Stalin
Tratto da
liberamente ispirato al graphic novel "La morte di Stalin" di Fabien Nury e Thierry Robins (ed. Mondadori)

 

Armando Giovanni Iannucci è un comico, sceneggiatore e regista scozzese nato a Glasgow il 28 novembre 1963. È noto soprattutto per la serie radiofonica On the Hour e per quelle televisive The Day Today e The Thick of It. Il padre di Iannucci, Armando, è napoletano, la madre è di Glasgow. Nella città scozzese il padre avviò un'impresa alimentare specializzata in pizza negli anni cinquanta. Iannucci studiò letteratura prima a Glasgow e poi allo University College di Oxford (con un Master of Arts vinto nel 1986) e prese in considerazione la possibilità di diventare prete cattolico, abbandonò infine gli studi sulla letteratura del XVII secolo per intraprendere la carriera teatrale. Emerge nelle tv britanniche all'inizio degli anni novanta, con On the Hour, programma con cui mette per la prima volta insieme i comici inglesi Chris Morris, Richard Herring, Stewart Lee, Peter Baynham e Steve Coogan. Nel 2010 esce il suo primo lungometraggio: In the Loop, premiato al Sundance Film Festival. Nel 2010 rivela le proprie intenzioni di voto a favore dei Lib-Dem. Dal 2012 viene trasmessa sul canale via cavo HBO la serie televisiva Veep - Vicepresidente incompetente da lui ideata e co-sceneggiata, pensata come una versione statunitense della sua precedente serie britannica The Thick of It.

 

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.movieplayer.it

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