GIOVEDì 7 dicembre
ore 21.00 (Sala Lampertico)
VENERDì 8, SABATO 9 e DOMENICA 10
ore 16 - 18.30 - 21
(Sala Odeon)

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Regia
Andrey Zvyagintsev
Genere
DRAMMATICO
Durata
127'
Anno
2017
Produzione
NON-STOP PRODUCTIONS, WHY NOT PRODUCTIONS, ARTE FRANCE CINÉMA, LES FILMS DU FLEUVE, FETISOFF ILLUSION, SENATOR FILM PRODUKTION
Cast

Mariana Spivak (Zhenya), Alexey Rozin (Boris), Matvey Novikov (Alyosha), Marina Vasilyeva (Masha), Andris Keishs (Anton), Alexey Fateev (Coordinatore)

Trama

Boris e Zhenya stanno divorziando e litigano in continuazione, schiavi delle visite al loro appartamento messo in vendita. Entrambi stanno già pensando al futuro: Boris ha una relazione con una giovane donna che aspetta un bambino da lui e Zhenya sta uscendo con un uomo ricco che sembra pronto a sposarla. Nessuno dei due, però, sembra avere alcun interesse per il futuro di Alyosha, il loro figlio di 12 anni. Fino a quando quest'ultimo scompare...

Critica

Andrey Zvyagintsev fin dalla sua prima comparsa sugli schermi internazionali con Il ritorno ha avuto modo di farsi notare. Quel film gli valse il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia anche se aveva qualche debito di troppo con Maestri come Tarkovsky e Sokurov.
La giuria aveva però colto il grande potenziale di un regista che ha saputo dispiegarlo originalmente nei film successivi non nascondendo comunque le sue fonti di ispirazione. Come in questo caso in cui afferma di aver pensato a uno Scene da un matrimonio di bergmaniana memoria trasferendolo nella Russia odierna.
Rispetto al suo modello ha mostrato grandi doti di sintesi e, soprattutto, il desiderio di proseguire una lettura della condizione attuale del proprio Paese filtrata attraverso le vicende di persone comuni.
Il suo è uno sguardo privo di qualsiasi pietà nei confronti di una nuova generazione parentale che ha perso qualsiasi senso di appartenenza. Alyosha non 'appartiene' a nessuno. Non al padre che, non contento di avere un figlio di cui non si è mai occupato, ha già messo incinta la propria giovane nuova compagna con la quale ha intrecciato un legame che lo sta avviluppando mentre lui crede possa aprirgli nuovi orizzonti di vitalità. Lo stesso accade alla madre, Zhenya, la quale si è sposata per sfuggire al controllo oppressivo di una madre amata/odiata e ha vissuto la gravidanza come un peso che tuttora si trova davanti nell'aspetto di un bambino che non ama e da cui non si sente amata.
Anche lei è convinta che la propria nuova storia cambierà totalmente la sua vita in quanto per la prima volta ama ed è riamata. Il problema risiede nel fatto che nessuno dei due ha compreso il senso del sentimento di cui parlano e, soprattutto, manca loro l'idea della responsabilità che si sono assunta. Ci pensa Alyosha a ricordargliela scomparendo e quindi costringendoli a ripensare alle loro pseudo scelte. Il che non significa che ciò sia sufficiente per due adulti (in senso strettamente anagrafico) per i quali la vera preoccupazione è stata, fino ad allora, come potersi liberare di lui addossandolo all'altro. Qui però non siamo nel clima di commedia esasperata alla Mamma o papà? e non solo perché il tono della narrazione è totalmente differente. Siamo distanti perché viene messa in discussione l'intera società, senza per questo giustificare i singoli grazie alle sue 'colpe'.
Era indubbiamente facile mostrare Zhenya in metropolitana impegnata, come diversi altri passeggeri, con il proprio telefono cellulare. Lo era meno mostrare come nell'attuale laica Russia sia tornato a giocare un ruolo non secondario l'appartenenza alla chiesa ortodossa. La vera e unica remora di Boris dinanzi al divorzio è costituita dal fatto che nell'azienda in cui lavora si deve essere regolarmente sposati salvo perdere il posto. L'apparato della sicurezza interna non è migliore (il poliziotto 'buono' chiarisce sin da subito che il bambino non verrà ritrovato a meno che non faccia ritorno da solo). In una società così disfunzionale resta un'unica speranza: il volontariato. La presenza di uomini e donne che, senza alcun compenso e con elevata preparazione, si impegnano nella ricerca di Alyosha, è l'unica fonte di calore in un panorama algido.
Giancarlo Zappoli, Mymovies.it, 18 maggio 2017

Andrej Zvjagintsev torna in concorso a Cannes tre anni dopo Leviathan (che al Festival vinse il premio per la sceneggiatura e, mesi dopo, ottenne il Golden Globe per il miglior film straniero): stavolta, come da titolo, lo fa con un film senza amore (Loveless, appunto), dove la solita messa in scena maniacale e scientifica e i movimenti di macchina calcolati al millimetro coincidono con uno schematismo del racconto figlio di una presa di posizione, oseremmo dire ideologica e moralista, molto forte. Il film, d’altronde, è chiaro sin dall’inizio, quando l’inquadratura fissa sull’uscita dalla scuola abbraccia la moltitudine caotica degli studenti nel piazzale per poi affidare ad un breve carrello laterale la “scelta” del ragazzino che – scopriremo poi – con la sua sparizione certificherà il fallimento di due esseri umani.
Non esiste redenzione, e neanche il cambiamento sembra essere contemplato dal regista russo: come su un tapis-roulant impostato per non spegnersi mai, neanche l’illusione di un nuovo inizio potrà rimescolare le carte.
È un loop, una corsa senza senso, senza amore, che narcotizza e impedisce di far crescere nel modo appropriato le nuove generazioni.
Dallo sviluppo basico e lineare, aperto e chiuso dalla stessa immagine su un fiumiciattolo innevato con contrappunto al pianoforte in un crescendo inquietante, Loveless è un film che vuole ricordarci quanto, ai giorni nostri, interessarsi veramente del bene e dei bisogni di qualcuno sembra essere diventato impossibile.
Da questo punto di vista, Zvjagintsev non perde occasione per far ruotare intorno alla vicenda principale situazioni e figuranti preposti allo scopo.
Tra un inutile selfie e discorsi vuoti (contro i quali il regista prova a rispondere attraverso un ragionamento sul senso dell’immagine ben marcato e definito), nel sottofondo di confronti ormai regolati solamente da odio e frustrazione repressa, la solitudine di un 12enne – per essere degna di nota – deve passare attraverso un’inspiegabile sparizione.
È un gesto di ribellione? Per attirare l’attenzione? Ha avuto un incidente? È stato rapito? Alla fine, chi sembra davvero preoccuparsi delle sorti di questo ragazzino sono il coordinatore e la sua squadra di volontari chiamati a ogni possibile sforzo per ritrovarlo.
Ed è naturalmente solo verso di loro che lo sguardo di Zvjagintsev sembra posarsi in modo benevolo. L’ultima speranza rimasta per ritrovare il senso delle cose (e di un paese) perdute(o).
Valerio Sammarco, Cinematografo.it, 18 maggio 2017

(...) il film sprofonda sempre più in un'angoscia senza soluzioni, tra boschi deserti, casermoni anonimi e vecchi edifici brezneviani in rovina, eloquente ritratto di una Russia senza futuro, dove le generazioni giovani sono 'sparite' e quelle adulte sono schiave del loro egoismo. Che Zvjagincev filma con una distanza glaciale e disperata.
Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 19 maggio 2017

Un vero e proprio pugno nello stomaco è arrivato con 'Loveless' del russo Andrey Zvjaginsev che già tre anni fa aveva lasciato un segno profondo con il magnifico 'Leviathan' (...) il regista prosegue la sua lucida e spietata analisi di una società disumana, incapace di provare amore, pietà, compassione e pronta a sacrificare i più deboli, come il piccolo Aleksey, totalmente ignorato dai genitori in procinto di divorziare. (...) Ambientato in una Mosca tetra, grigia e nebbiosa, il film fotografa senza sconti la corruzione del moderno tessuto sociale e della famiglia in Russia mostrando come la mancanza di amore sia un cancro capace di distruggere la vita di tutti i personaggi. Dietro l'apparenza di un thriller, 'Loveless' è dunque la cronaca di una catastrofe spirituale dalle conseguenze imprevedibili. Il film si sofferma a osservare il crollo di un nucleo, quello familiare, dove l'amore dovrebbe essere di casa, ma è invece cancellato dalla brama di agio, status, libertà individuale (soprattutto dalle proprie responsabilità), sesso e soldi. E quello che inizia come il racconto di una crisi coniugale diventa l'angosciante affresco del fallimento di una società dove neppure la tenerezza di una madre per il figlio trova terreno fertile.
Alessandra De Luca, 'Avvenire', 19 maggio 2017

Zvyagintsev (...) negli anni ha imparato a mettere il proprio estetismo al servizio di una visione più controllata, e dirige con grande sapienza: piani-sequenza implacabili, una fotografia espressiva che si ferma a un passo dalla ricercatezza, set di grande forza. Il film tiene alta una tensione angosciante e la visione del mondo che esprime è nerissima, perfino un po' nichilista (...). A non renderlo gratuito è anche (come nel precedente 'Leviathan') l'esplicito intento di metafora, più morale che politica, dell'assenza di speranze nella Russia di Putin.
Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 19 maggio 2017

Benvenuti nell'inferno di 'Loveless' (Senza amore), diretto dal grande Andrey Zvyagintsev di 'Il ritorno' e di 'Leviathan', un nipotino di Bergman e di Antonioni che ci prende alla gola dalle prime scene e non ci lascia più. Passando ai raggi X la tragedia di una coppia per alludere alla catastrofe di un impero. La Russia di Putin, che peraltro qui somiglia come un doppio diabolico agli Usa più opulenti e svuotati. (...) Un film dalla drammaturgia implacabile, popolato di attori grandiosi e personaggi meschini, in cui tutto è metafora e insieme spietato referto di un corpo in decomposizione.
Fabio Ferzetti, 'Il Fatto Quotidiano, 19 maggio 2017

Trailer


Altre informazioni

Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrey Zvyagintsev
Fotografia: Mikhail Krichman
Musiche: Evgueni Galperine
Montaggio: Anna Mass
Scenografia: Andrey Ponkratov
Costumi: Anna Barthuly
Suono: Andrey Dergatchev



Nazione
RUSSIA, FRANCIA, BELGIO, GERMANIA - 2016
Distribuzione
ACADEMY TWO

 

Andrey Petrovich Zvyagintsev nato il 6 Febbraio 1964 a Novosibirsk (Russia). Regista e attore russo conosciuto per aver diretto la pellicola Il ritorno, vincitrice del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2003. Successivamente, ha anche realizzato Izgnanie ed Elena.
Nato a Novosibirsk, una piccola cittadina della Siberia, Andrei Zvyagintsev si appassiona da subito all'arte drammatica e, perseguendo il sogno di diventare un attore, frequenta la scuola d'arte drammatica del suo paese, uscendone diplomato nel 1984. Fino al 1986, vivrà a Mosca, dove prima servirà l'esercito russo e poi continuerà i suoi studi all'Accademia Russa delle Arti Teatrali, ultimandola solo nel 1990. Lavorerà come attore cinematografico e teatrale (perlopiù provinciale) solo dal 1992 al 2000.
Solo a partire dal nuovo millennio, comincerà a occuparsi di regia nella stazione televisiva REN TV, dirigendo tre episodi del serial The Black Room, alcuni show dedicati alla polizia russa e soap operas.
Nel 2003 compie il grande passo verso il cinema, debuttando sul grande schermo con il drammatico Il ritorno, che riceve numerose critiche positive e il Leone d'oro al Festival di Venezia. Il film, nel tratteggiare i rapporti fra padri e figli - attraverso la storia di due ragazzini che conoscono il padre per la prima volta durante un viaggio fra i laghi del Nord della Russia -, si sofferma su temi oscuri universali e ha una bellissima fotografia limpida, malgrado abbia qui e lì, qualche manierismo di troppo, forse per la vicinanza fra cronaca e mito.
Nel 2007 ritorna al Festival di Cannes con Izgnanie, tratto dal racconto di William Saroyan "The Laughing Matter" e, l'anno seguente, lavora alla pellicola collettiva New York, I Love You, firmando il segmento Apocrypha. Nel 2011, arriva un altro importante film, il ruvido e luminoso Elena.
Ma è con Leviathan (2014) che sfiora il capolavoro. La pellicola, vincitrice del Golden Globe come miglior film straniero, riceve anche una candidatura all'Oscar nella stessa categoria.

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.movieplayer.it

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