MARTEDì 26 e MERCOLEDì 27 febbraio
ore 15.30 - 18 - 20.30
GIOVEDì 28 febbraio 2019
ore 15.30 - 17.30 - 20 - 22

old man and the gun jpg 1400x0 q85

Regia
David Lowery
Genere
THRILLER
Durata
93'
Anno
2018
Produzione
TOBY HALBROOKS, BILL HOLDERMAN, JAMES M. JOHNSTON, ANTHONY MASTROMAURO, DAWN OSTROFF, ROBERT REDFORD, JEREMY STECKLER, JAMES D. STERN PER CONDÉ NAST, ENDGAME ENTERTAINMENT, IDENTITY FILMS, WILDWOOD ENTERPRISES, SAILOR BEAR
Cast

Casey Affleck (John Hunt), Robert Redford (Forrest Tucker), Sissy Spacek (Jewel), Tom Waits, Danny Glover, Elisabeth Moss, Keith Carradine, Tika Sumpter, Isiah Whitlock Jr., Augustine Frizzell, Gene Jones, Barlow Jacobs, Robert Longstreet

 

Nato il 26 Dicembre 1980 a Milwaukee (Wisconsin – USA). Credevano che il remake Il drago invisibile sarebbe stato il film che lo avrebbe fatto uscire definitivamente dal guscio del cinema indie. Così non è stato. David Lowery non si è trasformato in un ex autore indipendente. È rimasto quel che era. Le speranze nella Disney, e in quel suo tentativo di manipolarlo per reintrodurre al pubblico più giovane l'ennesimo rifacimento di uno dei suoi titoli classici, erano state mal riposte. La versione cool della commedia musicale del 1977 Elliott il drago invisibile non piegò minimamente l'uomo che aveva portato con successo al Sundance del 2013 l'ottimo Senza santi in Paradiso.
Raccogliere registi da quello che Hollywood definisce "indie oblivion" (l'oblio indie) per usarli come pupazzi degli Studios, si sa, non è una novità. Anzi, è una pratica molto usata dall'industria cinematografica americana anche con i registi europei! Ma Lowery, pur accettando, è stato uno dei pochi che sia riuscito a eludere ogni forma di pressante controllo sul suo lavoro, realizzando un film che fosse davvero suo e molto poco della Disney. Come ha fatto, lo ha spiegato lui stesso. "Sono stato molto chiaro con loro riguardo ogni mia intenzione", ha raccontato. "Volevo essere sicuro che nulla venisse cambiato quando l'avrei portato sullo schermo. E così, per assicurarmi che fosse mantenuta quell'integrità, sono stato molto esplicito su ogni ogni singola decisione presa durante l'intero processo di realizzazione. In questo modo, lo Studio non sarebbe mai rimasto sorpreso da ciò che avrebbe visto. [...] Il modo migliore per avere successo è quello di essere trasparente. Quindi, se in qualsiasi momento la Disney avesse visto qualcosa che non le piaceva o fosse preoccupata per il mio approccio, mi avrebbero fatto sapere con largo anticipo. Stava a me accettare o non essere d'accordo e separarmi dal loro progetto. La cosa importante è stata essere sinceri fin dal primo giorno. Non ho mai provato a fare il furbo o a ottenere altro. È stata una vera collaborazione tra me e loro in ogni fase del processo. È così che sono stato in grado di realizzare il film che volevo".
Ed ecco anche perchè è uno dei migliori nuovi autori indipendenti che ci siano in circolazione.
Sarà pure merito del suo background professionale, che gli ha permesso di lavorare veramente in ogni settore cinematografico. Produzione (Ciao , Listen Up Philip, Never Goin' Back ), montaggio (Sun don't Shine, Upstream Color ), fotografia (Lovers of Hate ), sceneggiatura (The Yellow Birds ). Fino a mettere su fotogramma le storie che sentiva di dover assolutamente raccontare in prima persona. La corsa contro il tempo di un fuorilegge alla ricerca della compagna e della figlia in Senza santi in paradiso . Il già nominato Il drago invisibile . Il ritorno a casa di un fantasma in A Ghost Story . La vita di un rapinatore di banche in The Old Man & the Gun . Ognuna delle sue precedenti mansioni ha influenzato e arricchito la sua abilità registica e lo ha fatto sentire in una posizione privilegiata. Quella di chi era comunque in grado di lavorare nel cinema per vivere. Essere montatore gli ha permesso di vedere la narrazione con gli occhi di altre persone, aiutandolo ad ampliare il suo punto di vista. Come direttore della fotografia, poteva vedere tutti gli errori che un regista commetteva e imparare a fare diversamente. Il lavoro di sceneggiatore è stato il più prezioso, perchè la narrazione è prospettiva, istinto, ma anche sottoporre a qualcun altro le proprie idee e accettare di metterle in discussione. Ma ha ammesso di aver desiderato essere solo un regista. Di aver visto in questo mestiere il suo obiettivo di sempre e di volersi concentrare esclusivamente su quello, finché avrà l'opportunità di farlo.
La parola d'ordine del suo modus operandi è sempre la stessa: sovvertire. Nel bene e nel male.
Capovolge lo stereotipo dei fuorilegge Made in Usa alla Bonnie & Clyde, convertendolo alla contemporaneità e aggiungendoci drammaticità. Rovescia le coordinate del cinema horror classico con la casa che rimane uno spazio sicuro, deputato al rifugio, facendole perdere la propria aurea di luogo nemico e ostile. E sorprende tutti quando, con consapevolezza narrativa e cinematografica, opera su una storia di draghi, sfruttando i miti folkloristici americani (gli stessi che contribuirono ai racconti fantastici su Paul Bunyan, Pecos Bill e the White Lady) e rimodellando ingegnosamente l'idea di un realismo magico.
I risultati di questa ribellione sono incredibili. Il drago invisibile , per esempio, più che un film disneyano, sembra spielberghiano. Ha dentro tutta quella meraviglia da Amblin Anni Ottanta da farlo apparire più simile Stranger Things di quanto si creda. Perchè Lowery, quando ci lavorò sopra, non si fermò a meri riferimenti artistici, ma andò oltre. Pretese l'incarnazione. Del resto, il drago Elliott, trascurando sfumature e implici legami immaginari, non è forse come un gigantesco e verde E.T.? Mentre qualcuno giura di aver sognato A Ghost Story dopo averlo visto, talmente si era attaccato addosso ai suoi pensieri più profondi.
Obbligarci a molteplici riflessioni sul significato di ogni cosa. Umanità. Senso della vita. Morte. Decisioni fatte o da fare. Non dovrebbe essere questo il compito di un vero regista? Indurci ad abitare un tempo che non vivremmo mai, se non in una sala buia. Portarci davanti agli occhi l'invisibile. Aprirci le porte di un futuro a noi impenetrabile. Offrirci uno sguardo trasversale sull'amore o lo sgomento sull'infinito.
Ci sono tanti piccoli fili che portano alla realizzazione della sua filmografia. A Ghost Story nacque da un articolo del NEW YORKER intitolato "The Big One". La profezia scientifica dell'arrivo un terremoto che avrebbe colpito le coste nord occidentali degli States da un giorno all'altro, lo fece pensare al suo posto nel mondo. Poi, durante una mostra su Gregory Crewdson, ebbe la strana idea di una pellicola costituita interamente da sue fotografie. Sapendo che qualcosa stava bollendo in pentola, cercò di non guardare troppi film che potessero influenzarlo. Ma poi cadde nella tentazione e vide i primi dieci minuti di Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Gli bastarono per cambiare tutto. Fu costretto a uscire di corsa dalla sala nel tentativo di mantenere qualche briciola di originalità per il suo film ancora in incubazione. Purtroppo, The Conjuring gli diede il colpo creativo finale. L'immagine nostalgica del fantasma. Quella col lenzuolo e i due buchi per gli occhi. Pura cultura pop che riesce a legare Charlie Brown e i dipinti di Marcel Dzama. Era fatta. Lowery prese "Il fantasma di Canterville" di Wilde, la tradizione spettrale del romanzo gotico inglese e usò i tanti corpi eterei che avevano popolato i nostri schermi. Carpenter. Hopper. Riduce e rigenera l'immaginario secondo un processo di progettazione che parte proprio dal costume del fantasma (in realtà molto più tecnicamente complesso di quel che si creda, parola della sua costumista Annell Brodeur). Così nasce il film.
Similmente accadde per The Old Man & the Gun. Anche questo titolo, infatti, nasce da un saggio di David Grann per il NEW YORKER. Stavolta niente terremoti, ma la vita di un vero rapinatore di banche di settant'anni che rispondeva al nome di Forrest Tucker. Gli Anni Ottanta, il Texas, una banda chiamata The Over the Hill Gang, la figura del ladro gentiluomo alla Robin Hood, il mito americano dell'antieroe. Lo portano dritto all'infantile desiderio di giocare a guardia e ladri. Visiona oltre cinquant'anni di eredità hollywoodiana per costruire un piccolo film criminale e riesce nel suo abile intento.
Ma pur avendo una conoscenza del cinema da far invidia a qualsiasi storico, semmai doveste chiedergli quali sono i suoi film preferiti, Lowery non risponderà mai guardando indietro. Sceglierà accuratamente titoli recenti. A Quiet Passion , Il filo nascosto , L'inganno , Personal Shopper , Un sogno chiamato Florida.
La nostalgia è uno dei punti cardine della sua filmografia. Certo, non nostalgia cinematografica. Diremo più quella esistenziale. "C'è una sottile linea tra il ricordare affettuosamente qualcosa e l'aggrapparsi disperatamente a essa. La nostalgia esiste da qualche parte, accanto a quella linea", ha dichiarato. Spremere sentimentalismo non è però un piacere personale, ma una necessità narrativa. Solo attraverso questo stato d'animo verso ciò che ci ha preceduto, Lowery porta il pubblico a meditare su quanto il tempo possa aver influenzato e influenzi le loro azioni. Così una casa, una persona, un'azione diventano identità, luoghi della memoria. Parti ancestrali di se stessi che abbiamo lasciato indietro. Create dalla passata inclinazione a mettere radici, fortificate da un legame di appartenenza, ma riconosciute come andate e lontane tanto quanto bellissime. Ed è al centro di una spettrale spirale del rimpianto che Lowery mette il suo pubblico e mostra loro quanto, in quel labirinto temporale che è la vita, l'essere sempre legati a qualcosa determini nuovi modi di agire.
Il tempo, già. Altro tassello importantissimo per Lowery. Nei suoi film, il tempo cambia tutto. È qualcosa che i suoi protagonisti non possono battere e che avevano sottovalutato. "Fino a quando un fisico quantistico non capirà come uscire dal tempo, dovremo affrontarlo e trovare un modo per rendere romantico il suo passare", commenta. Da qui, per esempio, l'inquietante incorporea presenza in una casa carica di silenzi, che vive in una dimensione temporale senza alcun riferimento e che nega ogni progressione narrativa lineare. Il tempo è caos. Non ha coordinate. Disorienta. Fa smarrire ogni baricentro come in 2001 - Odissea nello spazio. Ed è una regola che vale anche per i suoi fuorilegge e i suoi bimbi sperduti, che sopravvivono alla distruzione che il suo scorrere perpetra sugli spazi, sulle persone e su loro stessi. Le uniche cose non mutevoli sono i sentimenti, che ssumono forme ed espressioni anche sotto la spessa coltre degli anni. L'unica nota di ottimismo in una galassia di pessimismo.
La visione del mondo di Lowery, infatti, è del tutto negativa. Il suo cinema si fa carico di guardare dentro lo specchio e di mostrarci tutti i difetti di un pianeta incomprensibile, melodrammatico, composto da materia oscura. Come già aveva detto Terrence Malick prima di lui, siamo un'umanità che si consuma in una vita sospesa. Siamo sporchi, traditi dalla stanchezza, infelici. Abbiamo perso le nostre segrete speranze, abbiamo declinato i bambini che eravamo per adattarci a un futuro prossimo in cui ogni certezza è precaria. Maltrattiamo tutto ciò che ci circonda e faremo sempre gli stessi errori da capo. "Siamo orribili", dichiara Lowery con schiettezza "Stiamo rovinando tutto". Non salva nulla, neanche le famiglie che diventano nuclei brutali di drammi e non riescono a consolidarsi con il solo vincolo di sangue (anzi, ogni membro mancante è facilmente sostituito). Se manca l'accettazione di base, nonostante tante influenze fatte e ricevute per creare un'unitarietà, c'è la condanna alla fuga o alla ricerca. A volte eterna se è spinta dall'assenza dell'altro. E si ritorna così a quella sospensione metafisica, tanto cara a Lowery, attraverso la quale il personaggio potrà compiere un'ascesi purificatrice. Ma solo nel segno dell'avventura. In fin dei conti, in quale altro modo si potrebbe arrivare al climax del film?
Alcuni hanno scritto che non c'è nulla di particolarmente nuovo o all'avanguardia in ciò che Lowery ha diretto (a volte a suo discapito), ma non è vero. Se fosse vero, avremo la capacità del regista di cedere a un normale intreccio. Eppure così non è.
Rooney Mara e Casey Affleck sembrano essere la risposta a tutto. Nella mente di Lowery, rappresentano la scelta perfetta perchè, a guardarli insieme, è come se sentisse che fossero realmente innamorati. Non ha mai scritto un copione con loro in mente, ma non appena terminato e decide che è un film che vuole realizzare in prima persona, li contatta entrambi. In realtà, il giovane regista è un loro amico molto intimo e, lavorativamente, la loro conoscenza così profonda facilita la realizzazione dei suoi film. È successa la stessa cosa con Robert Redford, che lui ha reputato la quintessenza del cinema. La nostalgia esistenziale personificata. Quella dal fascino scintillante e senza riserve. Dirigerlo è stato come dirigere un archetipo. Redford aveva addosso ragnatele di fantasie cinematografiche tessute in decenni e decenni di titoli. L'ideale per i ruoli più maturi e ribelli che lui delineava sulla carta.
Anche quando si tratta di scegliere le musiche per un film, Lowery non guarda particolarmente indietro. Il genere indie-rock, solitamente, è quello da cui attinge di più: Will Oldham, St. Vincent, Daniel Hart (oggi, suo compositore di fiducia). Raramente, invece, usa autori "classici" come Leonard Cohen.
Non ha timore di utilizzare lunghi piani sequenza. Sa bene che non sono comuni nel cinema americano, ma pensa che diano spessore al tempo, al suo trascorrere e che rispettino un sentire che appartiene più ai classici del cinema asiatico. La padronanza con la quale li realizza è geniale. Li restringe, li smussa, con una precisa finalizzazione dell'effetto visivo. Devono portare un senso di passato perduto. Devono impedire ai suoi personaggi ogni via di fuga. Fa anche largo uso di dettagli, con il voluto scopo di "trattenere" oggetti assieme ai personaggi (una connessione per lui basilare) e infondere realismo e emozione. Tutto sommato, quindi, siamo di fronte a uno stile di ripresa molto semplice, che però non rinuncia a una sensibilità personale atta a arrivare a trovare il punto culminante dell'inquadratura.
Pellicole che hanno lo stesso effetto del test delle macchie di Rorschach. Si potrebbe sintetizzare così il lavoro di Lowery. Alcuni ci vedono un'esplorazione profondamente commovente dell'amore. Altri traducono tutto con il senso di morte. Tutti vedono l'enormità del tempo. Lowery però raccomanda che basta essere disposti all'apertura sull'esprienza visiva per comprendere ciò che voleva comunicare. Predilige storie insolite perchè è attraverso queste che nascono i film più audaci. Predilige idee in cui lasciamo ciò che non siamo più, perchè sono idee che ronzano continue anche nella sua mente. Crea perchè vuole che i suoi film abbiano importanza, non per denaro. "Se stai scrivendo un libro, vuoi che quei libri abbiano rilievo. Se sei un musicista, vuoi che le tue canzoni significhino qualcosa per qualcuno". Un ragionamento che non lo pone alla base di una catena di eredità artistiche, quanto alla base di una catena di correlazioni che sta costruendo assieme alle persone che guarderanno ciò che ha fatto. Rompe gli schemi e lavora fuori dal suo ego, perchè è abituato a pensare al suo corpo di lavoro come a un'estensione delle nostre elaborazioni. "Voglio solo cercare di creare una traccia che significhi qualcosa per le persone nel momento in cui le guardano. E se lo fanno, questa sarà la loro forma di permanenza".
Nato a Milwaukee, in Wisconsin, la notte del 26 dicembre 1980, David Lowery è il maggiore di ben nove figli nati da Madeline e Mark Lowery. Aveva sette anni quando la sua famiglia si trasferì a Ivring, nella contea di Dallas, per motivi legati al lavoro paterno.
Diplomato alla Irving High School, scrive e dirige il suo primo cortometraggio, Lullaby , all'età di diciannove anni. Ne seguiranno tanti altri, più o meno noti, fra i quali spicca indubbiamente Pioneer, presentato al Sundance Film Festival del 2011.
Il debutto cinematografico è invece segnato con St. Nick (2009), che racconta la fuga di due bambini. Il film finisce al festival musicale e cinematografico South by Southwest e vince il Texas Filmmaker Award all'AFI Dallas International Film Festival del 2009. Nel 2011, si sente pronto per avviare la sua società di produzione, la Sailor Bear, con la quale scrive, dirige e monta il suo secondo film Senza santi in Paradiso con Casey Affleck e Rooney Mara. La pellicola partecipa prima al Sundance Film Festival del 2013 e poi viene selezionata per competere nella sezione Settimana della Critica Internazionale al Festival di Cannes. Per realizzare quest'opera, Lowery ammette di essersi ispirato all'estetica di Paul Thomas Anderson e di David Fincher, ma soprattutto ai film 35 Rhums di Claire Denis e I compari di Altman. La storia di un malvivente che fugge dal carcere e attraversa le colline del Texas per riunirsi alla moglie e alla figlia che non ha mai conosciuto, piace alla critica internazionale ed è il primo passo verso una notorietà più corposa.
Nel frattempo, monta Sun Do not Shine di Amy Seimetz (in concorso alla 30° Edizione del Torino Film Festival) e Upstream Color di Shane Carruth, poi co-sceneggia con il regista Yen Tan Pit Stop e si prende ben tre anni di tempo per adattare il romanzo "The Yellow Birds" (finalista al National Book Awards del 2012) del veterano della guerra in Iraq Kevin Powers. Il film verrà realizzato solo nel 2017 con la regia di Alexandre Moors, vantando un cast di attori superlativi come Jack Huston, il giovane Tye Sheridan, Alden Ehrenreich e una sorprendente, inedita e straziante Jennifer Aniston. Il racconto di amicizia tra due soldati diciottenni assume i toni di un film sulla perdita dell'innocenza. Un MUST dei grandi classici contemporanei. Con lo script di The Yellow Birds, Lowery punta il dito sull'inesperienza, l'impreparazione e l'ingenuità di una gioventù americana troppo convinta di riuscire a fare tutto, ma che si ritrova devastata dal senso di colpa, dalla brutalità e dall'orrore della guerra in Iraq. Persino gli elegiaci momenti di leggera felicità passata bruciano come i cadaveri al sole, feriscono come proiettili e inghiottono ogni attuale scelta di vita. Il tormento, quello che non dà pace, è ovunque.
Nel 2016, si mette di nuovo dietro una cinepresa, firmando per la Disney il sunnominato Il drago invisibile. A quarant'anni di distanza, l'originale mediocre titolo di Don Chaffey acquista veramente nuova linfa narrativa. Lowery parte dai racconti su un drago che vivrebbe nelle fitte foreste del Pacific Northwest, narrate da un vecchio intagliatore di legno (Robert Redford), per approdare al ritrovamento di un orfano senzatetto, che dice di vivere nei boschi proprio assieme a un drago. La critica rimane folgorata dalle immagini potenti e di ampio respiro, che sembrano rubate ai più benevoli film in tecnica mista tanto cari al vecchio Walt Disney (I racconti dello zio Tom, Tanto caro al mio cuore), ma anche a opere fuori dal circuito disneyano come Il ragazzo selvaggio e La storia infinita. Dietro i fotogrammi e gli straordinari effetti speciali CGI, si nascondono temi importanti come l'amicizia tra diversi e l'intolleranza alimentata dall'ignoranza.
Nel 2016, dirige l'episodio Addiction: A Psychedelic Cure? della serie di documentari Breakthrough per il National Geographic Channel, ma comincia a lavorare anche al già citato A Ghost Story. (2017), scegliendo sempre Rooney Mara e Casey Affleck come protagonisti. Ritroverà nuovamente Affleck e Redford in The Old Man & the Gun, nel biopic di Forrest Tucker, temerario vecchio rapinatore di banche e maestro delle evasioni. Il film ottiene consensi e viene selezionato alla 13° edizione della Festa del Cinema di Roma.
Nel 2010, David Lowery ha sposato la collega Augustine Frizzell, che lo ha reso padre di Atheena Frizzell, giovanissima sceneggiatrice e regista, decisissima a seguire le tracce dei genitori.

 

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.movieplayer.it