LUNEDì  22 maggio
ore 22.00
MARTEDì 23, MERCOLEDì 24
ore 15.30 - 18 - 20.30
GIOVEDì 25
ore 15 - 17.30 - 20 - 22

jackie LOCANDINA

Regia: Pablo Larraín
Attori: Natalie Portman (Jackie Kennedy), Peter Sarsgaard (Bobby Kennedy), Greta Gerwig (Nancy Tuckerman), Billy Crudup (Giornalista), John Hurt (Prete), Richard E. Grant (Bill Walton), John Carroll Lynch (Lyndon B. Johnson), Beth Grant (Ladybird Johnson), Max Casella (Jack Valenti)
Sceneggiatura: Noah Oppenheim
Fotografia: Stéphane Fontaine
Musiche: Mica Levi
Montaggio: Sebastián Sepúlveda
Scenografia: Jean Rabasse
Arredamento: Véronique Mélery
Costumi: Madeline Fontaine
Effetti: Sebastien Rame, Direct Dimensions (DDI)
Distribuzione: LUCKY RED IN ASSOCIAZIONE CON 3 MARYS ENTERTAINMENT (2017)
Durata: 100'
Colore: B/N-C
Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
Nazione: USA, CILE - 2016

Trama

Il film racconta i giorni immediatamente successivi all'omicidio di John Fitzgerald Kennedy, dal punto di vista della moglie Jaqueline. "Jackie" ha solo 34 anni quando JFK viene eletto Presidente degli Stati Uniti. Elegante, raffinata e imperscrutabile, la First Lady si impone immediatamente come icona globale, soprattutto per il suo gusto nella moda, nell'arredamento e nelle arti. Poi, il 22 novembre 1963, durante un viaggio istituzionale a Dallas, il Presidente Kennedy viene assassinato. Le immagini del vestito rosa di Jackie macchiato dal sangue del marito passeranno alla Storia e a bordo dell'Air Force One che la riporta a Washington c'è una donna la cui esistenza è andata in frantumi. Sconvolta dal dolore, Jackie si troverà quindi ad affrontare la settimana più difficile della sua vita per ritrovare la fede, consolare i suoi figli e definire l'eredità storica lasciata dal marito. Ma anche come lei stessa sarebbe stata ricordata.

Critica

Non solo nel West, ma anche alla Casa Bianca «se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda». Con una differenza: che se nel film di John Ford 'L'uomo che uccise Liberty Valance' la «leggenda» che ha spianato la carriera politica del senatore Stoddart ha una bella base di realtà (...) nel film 'Jackie' di Pablo Larraín quel mito lo vediamo costruire ex novo, quasi sul nulla, con una determinazione e una lucidità che affascina e insieme mette un po' paura. Ma anche con una capacità di scavare nei rapporti tra lotta politica, mezzi di comunicazione e ambizione che fanno dell'ultimo film del regista cileno un appuntamento da non mancare. (...). A Larraín non interessa l'ennesima ricerca di mandanti e responsabili dell'attentato ma piuttosto il percorso con cui si possono piegare i mezzi di comunicazione di massa al proprio progetto politico. (...) Girato per buona parte a Parigi, negli studi di Luc Besson dove Jean Rebasse ha ricostruito tutti gli interni, Casa Bianca compresa, e sostenuto da una prova straordinaria di Natalie Portman, mimeticamente magistrale ma soprattutto ammirabile nel rendere la glaciale determinazione e la sofferta bellezza della protagonista nel momento più duro della sua vita (nessuno più di lei meriterebbe l'Oscar), il film di Larraín diventa così il ritratto di una donna che la politica vorrebbe tenere da parte (illuminanti le scene dove entrano in gioco Robert Kennedy, interpretato da Peter Sarsgaard, Lyndon Johnson e sua moglie Bird, rispettivamente John Carroll Lynch e Beth Grant, e la sua governante Nancy, cioè Greta Gerwig) ma soprattutto ci offre il quadro di come il potere e i mezzi di comunicazione siano ormai intrinsecamente legati, di come una cosa passi attraverso l'altra. E di come l'arte (e il cinema) possano essere strettissimamente uniti nel creare ma anche nll'analizzare quel connubio.
Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 20 febbraio 2017

Autore dei più duri e profondi film che raccontano la recente storia cilena (...) Pablo Larraín si aggiunge con 'Jackie' ai registi latinoamericani di successo approdati a Hollywood, come i messicani Alejandro Iñárritu, Cuarón, Guillermo del Toro. Una scelta quella di Larraín che crea curiosità perché il suo è un linguaggio poco disponibile alle concessioni. Sembrava anomala anche la scelta del soggetto del film (Jacqueline Kennedy), così legata alle pagine patinate delle riviste, agli scandali che hanno segnato i Kennedy, 'Jackie' invece (...) rivela ancora una volta la perfezione dello stile di Pablo Larraín che procede nel costruire un film implacabile, di lettura non certo diretta né illustrativa, tanti sono i sotto-testi suggeriti, i riferimenti a tutta la vasta letteratura, i reportage televisivi in diretta, i film che sono stati realizzati negli Usa. Lo stile di Larraín non assomiglia a nessun altro, sta nello spettatore servirsi delle sue conoscenze per allargare lo stile del suo racconto piuttosto scarno nell'azione, generoso nei dialoghi ed esplosivo nelle allusioni. Si muove perfettamente a suo agio nei saloni e nel cerimoniale della Casa Bianca. Lui l'alta società la conosce bene, la sua famiglia conta esponenti di governo e di potere, ne manovra bene i meccanismi e le movenze, certo gli sarà stato facile dirigere Natalie Portman che interpreta la First Lady, intuirne i gesti, il tono di deciso, di tagliente comando sotto una fragilità del tutto apparente.
Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 22 febbraio 2017

"Morte di un presidente, nascita di una leggenda. Anzi due: John Fitzgerald Kennedy e sua moglie Jacqueline, che cominciò a trasformarsi nell'icona di se stessa il 22 novembre 1963, dopo l'assassinio del marito. Anche se nessuno ce lo aveva mai raccontato con tanta dolorosa chiarezza e gelida precisione. Questo è 'Jackie', primo film 'americano' (con quel che significa in termini di peso produttivo) del cileno Pablo Larraín, l'autore del formidabile 'Neruda'. Uno dei migliori registi politici di oggi, capace come pochi di tuffare le mani nel sangue e nel fango del potere e delle sue retrovie, come sa chi ha visto 'Post mortem', 'Tony Manero' o 'II club'. Anche se qui segue lo script di Noah Oppenheim, meno estremo dei suoi a prima vista (e forse in parte debitore del geniale monologo del premio Nobel Elfriede Jelinek, 'Jackie' [...]). Copione di ferro dunque, ma capace di concentrare mille spunti ed emozioni in 90 minuti di andirivieni fra i quattro giorni successivi all'assassinio e una calibrata serie di flashback. Se Larraín è uno dei grandi registi della nostra epoca è perché sa meglio di chiunque fino a che punto lo spettacolo è politica e viceversa. Spettacolo ovvero messinscena, controllo delle immagini, del loro assemblaggio. Dell'effetto che dovranno produrre sugli elettori-spettatori. Lo spettacolo del potere e il potere dello spettacolo. Scena per scena. (...) Tutto chiaro, coerente, a tratti straziante. E affidato a una Natalie Portman che usa la propria fragilità fisica, così dissimile dalla grinta dell'arrogante, colta, ricchissima Jackie, per puntare non sul mimetismo (come avrebbe fatto un qualsiasi biopic) ma proprio sul trucco e sull'artificio. Il filtro più potente per arrivare al cuore del personaggio.
Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 febbraio 2017

Chi pensa che il biopic sia un genere convenzionale e noioso dovrà fare i conti, d'ora in poi, con Pablo Larraín. A breve distanza dall'eccellente 'Neruda', il regista cileno ci propone un'altra biografia fuori dagli standard, incentrando l'azione sui pochi giorni successivi al delitto di Dallas. Protagonista assoluta Jacqueline Kennedy: una Natalie Portman che la macchina da presa marca stretta e che è perfetta nel conferire alla first lady un'espressione - al contempo - risoluta e smarrita.
Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 23 febbraio 2017

Forse non è un film straordinario, ma sicuramente straordinaria è la prova della Portman (...). «Jackie» del cileno Pablo Larraín, trasferitosi a Hollywood sull'abbrivio dei suoi titoli torvi e insinuanti, non assomiglia alle solite e grigie biografie di servizio bensì esplora con successo le cangianti sfumature della subitanea e forzata mutazione di Jacqueline Bouvier Kennedy (1929-1994) in un'icona di stile ed eleganza e una protagonista stabile dell'immaginario collettivo. Non era facile mettere da parte l'immensa messe d'inchieste, disamine storiche e pettegolezzi mondani che grava sulla memoria della ex first lady, ma il regista anche sceneggiatore è riuscito a tenere strettamente uniti gli elementi cronistici e realistici della messinscena con i dettagli sfuggenti, imprevedibili, atmosferici che alla fine diventano persino più avvincenti delle drammatiche situazioni in cui si svolgono. Un risultato, peraltro, dovuto all'ottanta per cento alla performance della piccola grande attrice, anch'essa abilmente in equilibrio tra il mimetismo fisiognomico e la strenua quanto autosufficiente ricostruzione psicologica. (...) a Larraín, finora considerato antiamericano per principio, non importa nulla estrarre un articolato giudizio politico: il nucleo drammaturgico che lo stimola e lo guida sta esattamente in quei tre giorni che trascorrono dal colpo di fucile alla Dealey Plaza di Dallas alle maestose esequie al cimitero militare di Arlington. In questo senso gli spezzoni di repertorio vengono subissati da quelli recitati, tenendo sempre alta l'emozione ma non smettendo mai di rifinire, ritagliare, rimodellare le inquadrature sull'indomita volontà di una donna trovatasi di colpo sola e accerchiata di dedicarsi all'edificazione di un'inscalfibile mitografia kennedyana.
Valerio Caprara', 'Il Mattino', 23 febbraio 2017

Film complesso 'Jackie', da affrontare nell'ottica giusta, senza pensare di trovarsi davanti un tipico biopic hollywoodiano. Alla sua prima esperienza di lavorazione in Usa, il cileno Pablo Larraín è rimasto fedele alla propria poetica, ritagliando un ritratto della first lady più mediatica della storia fino a Michelle Obama che risulta senz'altro intrigante, seppur non convincente fino in fondo per via di un meccanismo di sceneggiatura a tratti faticoso. (...) Fredda o fragile? Manipolatrice o ingenua? Disperata per la morte dell'uomo amato o per la perdita di status? In 'Jackie' convivono molte dinamiche che ne fanno un personaggio ambiguo, una perfetta esemplificazione del mistificatorio rapporto fra potere e comunicazione così centrale nel cinema di Larraín. (...) Larraín ha un suo affascinante approccio metaforico, la musica di Mica Levi crea echi allarmanti, Natalie Portman (...) lavora di mimica la sua Jackie riprendendone espressioni e gesti, a volte lasciandone trasparire l'umanità sotto le varie maschere indossate. Però persino la sua validissima interpretazione risente di quella certa meccanicità del copione di cui si diceva all'inizio.
Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 febbraio 2017

Impresa difficile, rischiosa, riluce quanto più sfuma la politica e la sindrome del complotto, scavando reazioni emotive, fisiche, procedurali, immaginative: gli spazi vuoti della Casa Bianca, la testa del marito tra le mani, la pressione dell'establishment sui funerali, la spoliazione dal tailleur insanguinato, il senso del matrimonio.
Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 23 febbraio 2017

Piacerà non solo a coloro che reclamavano per 'Jackie' un ritratto vicino alla leggenda. Anche se alla leggenda Pablo Larraín si tiene stretto. Grande regista (tra i migliori del momento) ha imparato da un grandissimo (John Ford) che il pubblico reclama sempre la bella storia, e pazienza se si discosta dalla realtà. Certo, per fare il ritratto eroico, Pablo ha dovuto tenersi alla larga dalla Bouvier giovane (...). E anche dalla Jackie Onassis banalissima moglie spendacciona del pirata dei mari. No, per la leggenda, l'unico periodo giusto è quello dei 'Four days', quando la pupattola vestita di rosa è chiamata a farsi carico di tutto il dolore del mondo. E nella difficile impresa Larraín ha trovato un apprezzabile aiuto da Natalie Portman (...) che ci offre una Jacqueline indurita dal dolore, attanagliata da un'inattesa solitudine. Larraín da parte sua ci mette dei tocchi registici difficili da dimenticare.
Giorgio Carbone, 'Libero', 23 febbraio 2017

Fortunatamente il regista cileno Pablo Larraín, amatissimo dalla critica colta, evita le dietrologie, limitandosi a ricostruire il periodo tra Dallas e i funerali. Una storia ben fatta, addirittura magnifica nei costumi dell'epoca, ma che non riesce a suscitare emozioni.
Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 23 febbraio 2017

Trailer


Altre informazioni

Produzione: JUAN DE DIOS LARRAÍN, DARREN ARONOFSKY, MICKEY LIDDELL, SCOTT FRANKLIN, ARI HANDEL PER JACKIE PRODUCTIONS LIMITED, IN COPRODUZIONE CON PROTOZOA, LD ENTERTAINMENT, FABULA, WILD BUNCH, WHY NOT PRODUCTIONS



 

SANTIAGO DEL CILE (Cile), 19 agosto 1976
Pablo Larraín
Regista, sceneggiatore e produttore. È figlio dell'ex presidente dell'Unione Democratica Indipendente Hernán Larraín e del ministro Magdalena Matte. Dopo aver studiato all'Universidad de Artes Cencias y Comunicacion (UNIACC) di Santiago.del Cile, fonda "Fabula", una società di produzione dedicata a cinema, televisione e service di pubblicità. Diventa il maggior produttore cinematografico in Cile e il suo passaggio alla regia non tarda ad arrivare. Nel 2005 dirige il suo primo film, "Fuga", la storia di un musicista che impazzisce alla ricerca della perfezione. La sua arte aggressiva mira a sconvolgere lo spettatore con una violenza mai gratuita, sia fisica che psicologica. La denuncia sociale è il suo pane e la consacrazione non tarda ad arrivare. Nel 2007, Larraín condanna il regime di Pinochet con "Tony Manero", liberamente ispirato al personaggio di John Travolta in "La febbre del sabato sera". L'alienazione del protagonista spinge la storia nel baratro di una follia sanguinolenta, che attacca le influenze americane dell'epoca. I movimenti di macchina sono pregevoli e le giurie dei festival non restano a guardare. Al Torino Film Festival, Larraín vince il premio per il miglior film e "Tony Manero" conquista la Quinzaine di Cannes con scroscianti applausi. Il suo terzo lungometraggio è "Post Mortem" (2010), la storia di un funzionario di un obitorio che assiste al golpe di Pinochet attraverso gli occhi delle vittime. Larraín trova la chiave del massacro con un ricercato espediente narrativo. Si conferma un regista adulto e attacca il regime con la forza dell'uomo comune: un povero impiegato che assiste impotente all'ammassarsi dei cadaveri. "Post Mortem" è il secondo film della trilogia sulla dittatura in Cile. Il terzo e ultimo capitolo è "No - I giorni dell'arcobaleno" (2012), premiato con una nomination agli Oscar per "miglior film straniero". Il popolo è chiamato al voto per decidere se confermare Pinochet o cambiare pagina. E Larraín costruisce un inno alla libertà privo di fronzoli, sempre dalla parte della gente. Ama il suo Paese e nel 2010 porta la HBO a produrre una serie televisiva in Cile per la prima volta nella storia. Il titolo è "Profugos", con Pablo Larraín dietro la macchina da presa. La seconda stagione è andata in onda nel 2013, lo stesso anno in cui il regista è stato scelto come giurato per il Festival di Venezia. Dal Lido a Berlino, nel 2015 vince il Gran premio della giuria per "Il Club", un'opera dal realismo dirompente che condanna l'uomo a una penitenza eterna. Questa volta non si parla di politica. Il soggetto sono i preti pedofili di un "buen retiro" del Cile. Un film non per tutti, senza peli sulla lingua, che non ha paura di scoperchiare qualche "vaso di Pandora". Nel 2016 inizia la stagione dei biopic. Il regista cileno calca la Croisette di Cannes con "Neruda", presentato alla Quinzaine des Réalisateurs. Il film stupisce per una poesia che si allontana dal classico cinema biografico, senza cadere in inutili estetismi di genere. Poi a settembre sbarca a Venezia con "Jackie", un biopic robusto, molto apprezzato dalla critica che gli vale il premio per la miglior sceneggiatura. Natalie Portman è la splendida Jacqueline Kennedy, first lady appena rimasta vedova alle prese con giornalisti e drammi interiori. Nel 2006, Larraín si è sposato con l'attrice Antonia Zegers, da cui ha avuto due figli: Juana Larraín Zegers e Pascual Larraín Zegers.

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.movieplayer.it

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