MERCOLEDì 2 agosto
ore 21.15
Chiostri di S.Corona

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Regia
Thomas Lilti
Genere
COMMEDIA, DRAMMATICO
Durata
102
Anno
2016
Produzione
31 JUIN FILMS, LES FILMS DU PARC, IN CO-PRODUZIONE CON CINEFRANCE, LE PACTE, FRANCE 2 CINÉMA
Cast

François Cluzet (Jean-Pierre Werner), Marianne Denicourt (Nathalie Delezia), Isabelle Sadoyan (Madre di Werner), Félix Moati (Vincent Werner), Christophe Odent (Norès), Patrick Descamps (Maroini), Guy Faucher (Sig. Sorlin), Margaux Fabre (Ninon), Julien Lucas (Fidanzato di Ninon), Yohann Goetzmann (Alexis), Josée Laprun (Madre di Alexis)

Trama

Quando si ammalano, gli abitanti di una località di campagna possono contare su Jean-Pierre Werner, il medico che li ascolta, li cura e li rassicura giorno e notte, 7 giorni su 7. Tuttavia, anche i dottori si ammalano e quando succede Jean-Pierre viene assistito da Nathalie Delezia, una nuova dottoressa giunta in ospedale che dovrà adattarsi alla nuova vita. Ma soprattutto Nathalie dovrà sostituire colui che è convinto di non poter essere assolutamente rimpiazzato...

Critica

Vedendo 'Il medico di campagna' di Thomas Lilti si capisce subito che il legame tra il regista e la professione medica non è casuale o frutto solo di una qualche professionalità, sanitaria o cinematografica che sia (Lilti ha esercitato la professione prima di passare alla regia). C'è qualcosa di diverso che si respira lungo il film e che «esce» dallo schermo: è un'empatia, una sintonia, una complicità verrebbe quasi da dire, che alla fine si rivela la vera arma vincente del film, capace di andare al di là della storia che racconta per trasformarsi in una specie di accorata perorazione intorno alla professione medica e alla sua missione. E non solo. Perché le vicende narrate offrono al film un respiro più ampio e ambizioso, che lo indirizza verso la descrizione di una condizione sociale che parla della desertificazione delle campagne, della crisi della professione medica in queste zone, della complessità «antropologica» di chi vive in quelle condizioni e deve fare i conti con problemi non semplici da affrontare (handicap, paure, ignoranza), in generale di un mondo che non solo il cinema ma anche i media tendono a dimenticare e che invece ha una sua urgente e drammatica attualità. (...) Sceneggiato dal regista insieme a Baya Kasmi, il film sembra recuperare quella tradizione di titoli impegnati ma non dichiaratamente militanti che avevano fatto l'ossatura del cinema francese medio negli anni Settanta, quando si poteva leggere in filigrana il retroterra politico che guidava i comportamenti dei vari personaggi. (...) non ci sono personaggi che prendono il sopravvento sugli altri o situazioni più importanti di altre, e anche la lotta di Werner con la malattia e l'apprendistato sul campo con cui si confronta Nathalie rientrano in un quadro più ampio, quello della descrizione di un mondo marginale, conscio dei propri limiti e dei propri problemi, che Lilti racconta con delicatezza e passione.
Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 19 dicembre 2016

Premesso che si tratta di un bel film (un feel-good-movie alla francese con qualche venatura amara), 'Il medico di campagna' darà materia di discussione agli spettatori. Molti dei quali, come pazienti, rimpiangono l'umanesimo della medicina porta-a-porta a fronte di quella impersonale di oggi, quando il dottore è sempre meno un confidente e sempre più un 'tecnico'. E tuttavia Thomas Lilti, che ha esercitato a lungo come medico prima di soccombere al virus del cinema, non fa prediche ma si limita a porre la questione, che è seria. Senza mai dimenticare che sta raccontando una storia di 'caratteri'; e lo fa molto bene.
Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 22 dicembre 2016

Vecchi e giovani, malati veri e coppie sbilenche, campi nomadi e sindaci affaristi, momenti drammatici e tipi buffi: a posteriori non manca niente, ma Lilti e i suoi attori (eccellenti Cluzet e la Denicourt, perfetti tutti gli altri) hanno tempi perfetti, sguardo acuto, e alle spalle una struttura di racconto così solida da essere invisibile. Bulgakov e anche Cechov sono passati di qui. Ma l'ex-medico Lilti ne approfitta per aprirci gli occhi sul presente.
Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 dicembre 2016

«Il medico di campagna» è uno di quei film tutto mezzitoni narrativi che sia pure non trascinando lo spettatore in alcun momento, alla fine gli lasciano un retrogusto dignitoso. Merito soprattutto del protagonista Cluzet, l'ennesimo ottimo esponente della scuola d'oltralpe (...). Non è che il piglio del regista Lilti, ovviamente ex dottore, sia particolarmente penetrante e le entrate/uscite dagli ambulatori o le fattorie, le case e i cortili dei paesani diventano presto alquanto monotone e ripetitive; nello stesso tempo si apprezza che vengano evitate svolte plateali e che gli umori e i sentimenti non siano azzerati dal messaggio redentoristico di prammatica. Se dietro la confezione non più che gradevole si volesse, insomma, cogliere un riferimento romanzesco, questo condurrebbe all'edulcorato Cronin piuttosto che al profondo Balzac.
Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 dicembre 2016

Diretto dal transalpino Thomas Lilti, già medico e con il sintomatico 'Hippocrate' in carnet, 'Il medico di campagna' - ogni riferimento a Balzac non è casuale - esula dai vincoli del 'cancer-movie', ovvero dribbla il lacrimevole e il ricattatorio, per concentrarsi sull'analisi sociologica della provincia: toni pacati, narrazione piana, un film sommesso e delicato, ben interpretato, che tenendo bassa la voce rischia forse di non farsi sentire.
Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 22 dicembre 2016

Piacerà a chi dopo 'Quasi amici' ha imparato a rovesciare ogni stima sul veterano François Cluzet. E dopo 'Il medico di campagna' imparerà ad amare Marianne Denicourt, molto bella e molto brava (in Francia è primadonna da un pezzo, ma da noi ha stentato finora a farsi adottare).
Giorgio Carbone, 'Libero', 22 dicembre 2016

Eccellente commedia francese, che scava nei sentimenti con grande sensibilità. (...) Evitate le temute lacrime e, ancora più saggiamente, la banalità di una love story tra i due magnifici protagonisti.
Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 22 dicembre 2016

Dopo il grande successo di Hippocrate, racconto di formazione in corsia, Thomas Lilti torna di nuovo a parlare di medicina puntando lo sguardo sulla provincia francese, trascurata dai servizi pubblici e disorientata dagli effetti della globalizzazione. Ex internista, l'autore francese prosegue la sua riflessione sul corpo medico passando dalla città alla campagna, dai medici ospedalieri ai cavalieri solitari delle zone rurali. E solitario è pure il suo protagonista, medico di campagna infaticabile che lavora sette giorni su sette fino allo sfinimento e fino a quando un cancro non lo obbliga a fermarsi. Una pausa che converte il medico in malato e permette al regista di insistere sul legame che esiste tra medico e paziente, confrontando due distinti approcci alla medicina: uno tradizionale ed empirico, l'altro metodico e scientifico. Lilti sottolinea daccapo l'importanza della parola, quella officinale che i protagonisti rivolgono a una giovane donna incinta, a un bambino in ambasce, a un vecchio uomo moribondo. Ambasciatore, sullo schermo e negli ambulatori, di una medicina narrativa che fortifica la pratica clinica e migliora l'efficacia della cura, l'autore colma le lacune (emozionali) della scienza accomodando al cuore della storia due medici votati al paziente che si spostano, ascoltano, auscultano, confortano, alleviano, sostengono, accompagnano dimostrando una conoscenza intima dei loro assistiti, forgiata da una relazione di fiducia e prossimità. Confidenti di momenti difficili, sovente ultima risorsa, sono la luce nella notte degli afflitti. Secondo film autobiografico per Thomas Lilti, Il medico di campagna ribadisce il discorso di Hippocrate dentro un quadro più artificioso che, pur rinnovando l'onestà del suo proposito, perde lucidità nel passaggio conflittuale tra un vecchio medico gravato e nascosto dietro un eroismo ordinario e una nuova generazione esuberante, dissimulata dietro l'aura del mistero. Nondimeno, Lilti, esigente, divorante ed essenziale come il suo protagonista, disegna un ritratto credibile di un generalista à la ronde negli angoli isolati della nazione, indefesso lungo le strade infangate o dentro il brusio confuso di una sala d'attesa sempre affollatissima. Il medico di François Cluzet, mélange di sollecitudine e autorità che governa parola e stetoscopio, è il filo rosso del tessuto sociale. E il film, umanista e solare, partecipa della relazione 'terapeutica' che Jean-Pierre intrattiene con la sua comunità, vivace e umile galleria di ritratti genuini. Thomas Lilti si conferma in sostanza cronista sensibile del proprio mestiere, dell'apprendistato e della sua trasmissione.
Marzia Gandolfi, Mymovies.it, dicembre 2016

Anche qui, dietro il malinconico racconto di un uomo costretto a guardare in faccia la morte giorno dopo giorno, si cela una riflessione sulla società moderna, una condanna alla sua mancanza di empatia verso gli altri, in particolare i più deboli, i diversi, i meno fortunati. Ma è soprattutto un caloroso e sentito omaggio alla figura del medico, a colui che spesso, oltre che curarci, si fa carico dei nostri dolori, delle nostre angosce, senza che nessuno si curi delle sue. Fragoroso è lo stridere del confronto tra il personaggio interpretato da un sublime François Cluzet, medico che fa del bene e della dignità del paziente il cardine della sua attività, e quello del freddo e metodico Norés di Odent, mai capace di regalare non solo un sorriso, ma neppure una parola di conforto o un po’ di empatia a chi ha di fronte. In tutto questo si inserisce con garbo e fascino la prova di Marianne Denicourt, la cui performance parte sotto le righe per poi crescere man mano, dando vita ad un personaggio vivido, sfaccettato ma sempre molto realistico. Si perché ne Il medico di campagna il realismo è la pietra miliare di un film che accarezza atmosfere sovente malinconiche, tristi e a volte tragiche, ma senza mai essere banale, scontato e soprattutto regalando alcuni momenti di profonda riflessione su quanto coraggio ci voglia ad intraprendere una professione così intensa e difficile come quella di medico. “Noi siamo in perenne lotta con la natura” ammette Jean-Pierre “nel cercare di riparare i suoi sbagli, i suoi errori”. Il film evita momenti di falsa allegria o di addolcire la pillola, portandoci dentro il percorso (spesso terminale) dei malati, degli infermi, di chi ha subìto ferite (e quelle dell’animo sono le più tremende) e ricordandoci che chiedere aiuto non è mai un gesto di debolezza, ma a volte di grande forza e coraggio.
Giulio Zoppello, Cinematographe.it, 22 dicembre 2016

Trailer


Altre informazioni

Sceneggiatura: Thomas Lilti, Baya Kasmi
Fotografia: Nicolas Gaurin
Musiche: Alexandre Lier, Sylvain Ohrel, Nicolas Weil
Montaggio: Christel Dewynter
Scenografia: Philippe van Herwijnen
Costumi: Dorothée Guiraud
Produzione: 31 JUIN FILMS, LES FILMS DU PARC, IN CO-PRODUZIONE CON CINEFRANCE, LE PACTE, FRANCE 2 CINÉMA


Distribuzione
BIM
Titolo originale
Médecin de campagne

Nato il 30 maggio 1976 in Francia. Il corso è atipico in quanto Thomas Lilti pratica sempre la sua professione “Medico di Famiglia”, accanto alle attività di regista e sceneggiatore. Dopo il corso di laurea a 17 anni, è già tentato dal cinema, ma, pensando che è difficile da prevedere, ha iniziato a studiare medicina. Durante questo periodo ha fatto tre cortometraggi, presentati in festival dedicati agli studenti. Ha poi diretto il suo primo lungometraggio “Le bende” che viene proiettato per la prima volta nel 2007. Scrittore e regista, collabora con numerosi progetti di fiction per la televisione e il cinema. Nel settembre del 2014, è uscito il suo secondo film, Ippocrate , in cui si racconta la storia di un giovane medico .

 

 

credits:

http://www.cinematografo.it

http://www.mymovies.it

http://www.movieplayer.it

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